Remarks by Cardinal Leonardo Sandri (in Italian)

Ambassador Gingrich and Cardinal Leonardo Sandri (photo credit: Paul Haring/CNS)

Intervento del Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, al Simposio “Defending International Religious Freedoom: Partnership and action”

June 25, 2018

Eccellenza, Signora Ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Sig.ra Callista Gingrich,
Eccellenze, Signori Ambasciatori,
Distinti Relatori,

Ringrazio per l’invito a partecipare con un mio breve contributo quest’oggi, e per la modalità del nostro ritrovarci: questo non è solo un fatto formale, ma dice uno stile e un contenuto preciso, cioè il desiderio di porsi in ascolto l’uno dell’altro, sia a livello di testimonianze, sia per il punto di vista che ciascuno è in grado di offrire, per raccogliere osservazioni e continuare a camminare insieme, in particolare guardando all’evento previsto a Washigton alla fine del mese di luglio sul tema analogo “Ministerial to advance Religious Freedom” promosso dal Segretario di Stato Dr. Mike Pompeo. Anche quello non dovrà essere un punto di arrivo, ma di rilancio ulteriore.

Non c’è bisogno di ribadire a livello di dottrina quanto la Chiesa Cattolica ha elaborato nel corso degli anni sul tema della libertà religiosa: c’è stato bisogno di riflettere, di capire, anche un po’ di osare, sino alla Dichiarazione Conciliare Dignitatis Humanae e al Magistero dei Pontefici che ne è seguito. Interessante è notare, e potrebbe essere ulteriormente approndito, come questo tema sia diffusamente presente in molti dei discorsi di inizio d’anno dei Pontefici di questi decenni nel ricevimento per gli auguri con il Corpo Diplomatico. In essi è possibile constatare come il richiamo alla libertà religiosa portato avanti dalla Chiesa Cattolica sia ben lungi dall’essere un richiamo a difendere soltanto i propri figli dalle violenze o dalle restrizioni poste in diverse parti del mondo, ma un vero e proprio servizio all’umanità sofferente, perchè quello che viene chiesto per i cristiani lo è parimenti anche per altri gruppi religiosi o minoranze, come per esempio è capitato nel caso degli Yazidi, che hanno condiviso la stessa sorte di sofferenza dei cristiani della Piana di Ninive nell’agosto del 2014, e mi fa piacere che proprio una loro testimonianza abbia preceduto il mio intervento.

Se mi è consentito fare una seconda premessa, vorrei dire qui che mentre parliamo della difesa della libertà religiosa, o stiliamo preziosi rapporti annuali quali sono quello del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America o quello dell’Associazione Aiuto alla Chiesa che soffre, pure qui rappresentata, dobbiamo anzitutto interrogarci su come e in quale misura tale diritto inviolabile della persona umana è realmente garantito e tutelato all’interno dei nostri sistemi sociali e politici: altrimenti, rischieremmo su fronti diversi di compiere gli stessi errori che nei decenni che ci hanno preceduto l’Occidente – pur animato da buone intenzioni – ha compiuto in Medio Oriente quando ha inteso “esportare” un modello di democrazia in quelle terre. Anche nei nostri Paesi cosiddetti evoluti c’è latente il rischio di impedire l’esercizio della libertà religiosa, o quantomeno limitarlo: in questo senso cito il richiamo che il Santo Padre Francesco ha rivolto nel suo discorso a Philadelphia durante l’incontro Mondiale delle Famiglie, nel 2015: “In un mondo dove le diverse forme di tirannia moderna cercano di sopprimere la libertà religiosa, o – come ho detto prima – cercano di ridurla a una subcultura senza diritto di espressione nella sfera pubblica, o ancora cercano di utilizzare la religione come pretesto per l’odio e la brutalità, è doveroso che i seguaci delle diverse tradizioni religiose uniscano le loro voce per invocare la pace, la tolleranza e il rispetto della dignità e dei diritti degli altri”. C’è dunque il rischio di una violenza e di una brutalità a motivo del fattore religioso pervertito dalla sua vera natura, ma anche tra noi c’è una certa forma di intendere la laicità confinando il fatto religioso in un ambito – come ha detto il Pontefice – come di una subcultura, di un fatto privato che tale deve rimanere e non può avere una parola nella sfera pubblica.

Ho detto questo perchè la sintesi riportata nel numero 29 dell’Esortazione Apostolica Ecclesia in Medio Oriente, promulgata da Papa Benedetto XVI nel settembre 2011, rimane ancora valida e ad essa vi rimando, quando si coglie nella corretta interpretazione del concetto di laicità dello Stato una sfida per l’intero Medio Oriente. Paradossalmente i cosiddetti regimi in Medio Oriente – penso all’Iraq di Saddam Hussein – erano espressione di una concezione laica e non confessionale dello Stato, ma perseguono con strumenti violenti di controllo e di repressione le opposizioni. D’altra parte un confessionalismo esasperato e senza controllo ha quantomeno tollerato che proliferassero forme di predicazione di matrice fondamentalista, la quale – direttamente o indirettamente a seconda dei casi – è stata l’origine e il sorgere di fenomeni politico-militari quale è stato il cosiddetto Stato Islamico – DAESH. La ferita prodotta a livello interiore prima che esteriore è stata grande e benchè inferta in un tempo breve, avrà bisogno forse di un’intera generazione per potersi rimarginare. Il senso di impotenza e anche di tradimento patito per esempio nell’agosto del 2014 dagli abitanti della Piana di Ninive è stato e rimane grande: ad essere ferite, prima che le proprietà o le case, sono state le coscienze che hanno visto smentita la possibilità di un modello sociale basato sulla convivenza secolare tra diversi, cristiani, musulmani, yazidi.. Noi guardiamo con speranza il dibattito che è cresciuto in alcune realtà accademiche del mondo musulmano – come il Convegno organizzato da l’Al-Ahzar cui ha portato il suo contributo anche Papa Francesco – che ha individuato nel principio di cittadinanza la chiave che supera nel presente il concetto tradizionale di dhimmitudine, ed auspichiamo che facciano altrettanto, con incisiva opera di persuasione, anche i governi di molti Paesi del mondo. I cristiani di Siria, di Iraq, del Libano, dell’Egitto, della Turchia.. amano il loro Paese, vi sono legati, e lo vogliono servire perchè in esso non si sentono ospiti o stranieri: ma vogliono viverci a pieno titolo, non come persone di seconda categoria, che vedono preclusi alcuni posti di lavoro o ruoli di responsabilità all’interno delle amministrazioni. Vanno bandite tutte quelle forme subdole di affermazioni di dominio o sottomissione, come alcuni progetti di legge approvati o in discussione in alcuni Paesi del Medio Oriente, circa la rettifica o la corretta registrazione della propria appartenenza religiosa. Solo in questo modo si libereranno autenticamente tutte le componenti della società, cristiane e non, che finalmente potranno non sentirsi costrette a legarsi più o meno palesemente al potente di turno per vedere garantita la propria sopravvivenza, atteggiamento che forse troppo frettolosamente noi ci permettiamo di giudicare in modo negativo sulle nostre comode scrivanie in Occidente.

Faccio due esempi e concludo: in questa prospettiva – quella della libertà religiosa – è di prioritaria importanza che sia preservato in ogni modo il Libano, nonostante le fatiche e le contraddizioni che lo possono attraversare per le diverse forze in campo, idealmente legate a differenti potenze regionali in conflitto tra loro. Se viene destabilizzato il Paese dei Cedri, crollerà definitivamente e a cascata tutto il Medio Oriente, senza più alcuna sicurezza anche per lo stesso Stato d’Israele, il quale nonostante alcuni limiti e violenze poco giustificabili rimane però un Paese ove si vive una sostanziale libertà religiosa. Della Siria è difficile poter parlare, perchè siamo di fronte ad un conflitto non concluso, a massicci interventi di forze esterne che rendono quella guerra un conflitto in buona parte per procura, con violenze indicibili da ogni parte e tacite connivenze o imbarazzanti silenzi internazionali. Tuttavia è un Paese che più di altri nel passato ha tutelato certa forma di libertà religiosa. Circa l’Iraq, mi permetto di osservare questo aspetto: perchè i cristiani possano rimanere o potersi convincere a tornare, come altre minoranze, hanno bisogno di una ricostruzione non soltanto materiale – e qui ringrazio tutti gli attori, come Aiuto alla Chiesa che soffre ed altri -ma delle coscienze ferite. Hanno bisogno di essere rassicurati: se non si giungerà ad una distensione stabile e ad una rinnovata collaborazione tra il governo centrale di Baghdad e quello regionale del Kurdistan, a ben poco serviranno creare “zone protette” per i cristiani, che pure qualche dirigente cristiano pure appoggia: il pericolo sarà di ripiombare in un nuovo conflitto, questa volta a livello civile, in cui si resterà in mezzo a patire. Le zone di sicurezza potrebbero funzionare soltanto in chiave ben chiara come una prima tappa verso un cammino che deve necessariamente portare ad una coabitazione stabile ed una cittadinanza comune e condivisa che veda musulmani sciiti, sunniti, curdi, cristiani, yazidi insieme a far rifiorire una Paese glorioso e ricco di storia e di risorse. Grazie